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L’amicizia al tempo di Facebook

Forse il buon Mark, quello di Facebook, ha travisato il concetto di amicizia, lo ha reso ancor più commerciale di quello che già è, ha contribuito ad incasinarci i pensieri, e le relazioni, ancor di più come già lo siano.

Oggi basta un clic per essere amici.

Nella vita vera, quella lontana da una tastiera di un computer, per la maggiori parte delle persone invece l’amicizia è quella cosa che si vede nel momento del bisogno. Un concetto certamente più stringente del semplice clic, ma a parer mio ancora lontano dalla realtà.

Se dovessi essere amico di tutte le persone che mi hanno dato una mano quando ne avevo bisogno, ora dovrei essere amico del bidello del mio liceo che mi fece entrare in palese ritardo il giorno dell’ultimo tema d’italiano, di un simpatico signore toscano che tra i boschi dell’appennino mi rimise in moto l’auto oppure il dottore che mi aggiusto un osso del piede nonostante non fosse in servizio.

Insomma se fosse così sarei pieno di amici 🙂 e anche tutti voi!

Invece l’amicizia non è questa, non c’entra niente con il “bisogno” o la “necessità” e l’aiuto.
Anzi è proprio l’opposto, l’esatto opposto.

Ed anche la Treccani sembra pensarla come me, non citando assolutamente questi valori, infatti letteralmente:

“l’amicizia è la comunità tra due o più persone, unite da affetti e da interessi, ispirata da affinità di sentimenti e da reciproca stima”

In altre parole ciò che sto tentando di dirvi è che gli amici non sono le persone che vi tendono una mano nel momento del bisogno, o comunque non è questo a renderli vostri amici. Potrebbe esserlo, ma anche no.

In molti infatti – sicuramente la maggioranza – aiutano gli altri per puro egoismo, magari una forma positiva di egoismo, ma non certo per “affinità di sentimenti o reciproca stima“.

Altri lo fanno banalmente per puro tornaconto economico: ti aiuto oggi così tu aiuterai me domani.

Bene o male, cotta o cruda, questa non è amicizia. La stima reciproca dov’è? I sentimenti? Bah, io non li vedo.

L’amico è colui che sta con te senza chiederti nulla in cambio, l’amico è colui che ha piacere a star con te e sa che tu non vuoi nulla da lui, l’amico è colui il quale ti sbatte in faccia la verità perché non ci sono legami oltre quello

Alla luce di questi valori, quante amicizie sono palesemente finte?
Quante amicizie si reggono solo su interessi economici o professionali?
Quante amicizia sono solo una pantomima (faccio finta di essere tuo amico, perché tu hai i soldi e io ne ho bisogno)?

In un mondo che si regge sul “puro interesse“, nel quale il concetto di amicizia viene svalutato da persone senza scrupoli, è quasi ovvio che il sistema amicale di Facebook vada alla grandissima: tutti vogliamo essere amici del riccone con i soldi, del potente di turno, del personaggio noto.

L’amicizia al tempo dei social network è una vera schifezza, ma custodisce un grande dono, ti permette di capire la distanza che c’è (o che ci potrebbe essere) tra te e loro:
tra te che non dai e non vuoi niente in cambio dai tuoi pochi e veri amici, e loro, quegli altri, quelli che se ci pensi ti fanno una gran pena.

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Il mondo è digitale

Non bisogna cambiare perché è arrivato il digitale, ma perché è cambiato il mondo.

Il modello di business di numerosi settori tradizionali è messo in forte discussione. Nascono nuovi mercati, nuovi mestieri, nuove aziende e anche (soprattutto) nuovi modelli di consumo.

Stiamo affrontando una potente trasformazione culturale, economica e sociale, grazie alla disponibilità di strumenti nuovi che hanno moltiplicato le possibilità di accesso a informazioni e servizi, rivoluzionando il profilo di utente/consumatore come lo abbiamo sempre conosciuto.

Per tutti questi motivi è necessario capire la profondità di questi cambiamenti, gestirli positivamente e sapersi riprogettare.

Le nuove tecnologie sono solo uno strumento, siamo noi che abbiamo la fortuna di poterle adoperare per cambiare il mondo in meglio, perlomeno il nostro 🙂 .

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È facile smettere di essere “sempre connessi” (se sai come farlo)

La mattina, la sera. Il lunedì come la domenica mattina. Sul treno o in ufficio.
Si controlla la casella di posta ogni 10 minuti. Ci sono notifiche da leggere a getto continuo, trilli che ti fanno sobbalzare ad ogni ora del giorno: siamo la generazione always on, quella h24 7 su 7, quella sempre orgogliosamente connessa, quella che non stacca mai.

Ad essere sinceri, io non so se sia un bene o un male, forse come in tutte le cose, la virtù sta nel mezzo.
Il mondo viaggia alla velocità della luce ed è necessario saper cogliere le opportunità al volo, essere sempre all’erta e risolvere i problemi ancor prima che si palesino.

Ok, sono d’accordo.

Ma dall’altra parte è necessario ritrovare dei ritmi, assaporare le cose, riuscire ad apprezzarle. E per fare ciò c’è bisogno di tempo, c’è bisogno di concentrazione, è necessario dedicarsi completamente a ciò che si sta facendo.

È difficile, me ne rendo conto. Non sempre abbiamo la lucidità per capire quando accelerare e quando rallentare. Ma un equilibrio si deve trovare.

Dobbiamo adattarci ai cambiamenti in atto nella società, all’utilizzo dei dispositivi tecnologici, ai comportamenti che spingono le persone a sollecitarti via telefono una risposta ad una mail inviata solo 5 minuti prima. Oggi è così. Questa è la realtà con cui dobbiamo misurarci.

E va bene!
Adoro questo mondo iperconnesso, aperto, interattivo. Mondo che mi offre miliardi di opportunità, un lavoro meraviglioso e tanti stimoli.
Ma non sempre, non a tutte le ore del giorno, non nei momenti nei quali bisogna dedicarsi al mondo extra lavorativo.

Per questo motivo, ho deciso di vivere un weekend completamente analogico: niente computer, niente smartphone, niente connessione, niente di niente.

E, udite udite, stamattina dopo 2 giorni di assenza digitale ho scoperto che il mondo non si è fermato 🙂 che si può rispondere ad una mail ricevuta venerdì sera solo il lunedì mattina, che l’internet tutto sommato sta bene e che la mia latitanza non ha interessato nessuno… ma porca miseria almeno una telefonata (alla quale non avrei risposto perché non avevo il cellulare) per sincerarvi che stavo bene potevate farla 🙂 !

Neon

Sogna poco che devi vivere!

L’eccitazione da Start up, la disoccupazione dilagante, l’incertezza del domani sono tutti fattori che spingono le persone a dover trovare strade nuove. Spesso reinventandosi, riprendendo dal cassetto vecchi progetti, passioni dimenticate, scommettendo il tutto per tutto.

Se non ci sono alternative è giusto farlo, e a loro va tutto il mio apprezzamento ed un grande in bocca al lupo.

Poi ci sono i giovani, quelli a cui la vita ha voluto regalare anni di incertezze e di sbandamento.
Dopo il diploma che si fa? Beh l’università.
Dopo la laurea che si fa? Beh un master.
Dopo la masterizzazione che si fa? Beh uno stage.
E dopo? Beh in assenza di altro che ne dici di una bella Start up?

Massì la Start up è la risposta giusta che offre la giusta dose di speranza: puoi essere il nuovo Stiv Giobs, puoi guadagnare soldi a palate direttamente dalla tua stanzetta e poi ci sono tutti questi incubatori/innovatori/fuffatori pronti a darti una mano… e come ti incubano loro puoi stare tranquillo, sono dei professionisti 🙂 !

Poi ci sono gli adulti insoddisfatti, quelli che si accorgono che vogliono stare da un’altra parte, essere un’altra persona e fare cose diverse rispetto a quelle fatte negli ultimi 30 anni.
Anche per loro ultimamente la risposta è credere nei propri sogni, se puoi sognarlo puoi farlo, se ci credi ci riuscirai.
Gianni Morandi avrebbe detto “dai che ce la fai!“.

Anche a tutti loro va il mio in bocca al lupo.

Tuttavia mi permetto di consigliare loro di capire che la vita non è un sogno.
La vita è disciplina, la vita è responsabilità, la vita è fatta di doveri nei confronti dei figli, della famiglia, degli amici e dei colleghi di lavoro.
Non tutti possono permettersi di sognare, e se proprio vogliono farlo, bisogna essere moderati.

Sogna poco che devi vivere!

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Il buon senso delle oche

Il prossimo autunno, quando vedrete le oche selvatiche puntare verso sud per l’inverno in formazione di volo a V, potrete riflettere su ciò che la scienza ha scoperto riguardo al motivo per cui volano in quel modo.

Quando ciascuno uccello sbatte le ali, crea una spinta dal basso verso l’alto per l’uccello subito dietro e volando in formazione a V, l’intero stormo aumenta l’autonomia di volo di almeno il 71% rispetto a un uccello che volasse da solo.

Da qui traiamo la nostra prima lezione:
“coloro che condividono una direzione comune e nutrono un forte senso di comunità arrivano nel luogo in cui vogliono andare più rapidamente e facilmente, perché viaggiano l’uno sulla spinta l’uno dell’altro”.

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Infatti quando un’oca si stacca dalla formazione, avverte improvvisamente la resistenza aerodinamica nel cercare di volare da sola, e rapidamente si rimette in formazione per sfruttare la potenza di sollevamento dell’oca davanti.
Un meraviglioso gioco di squadra 🙂
Se anche noi – homo sapiens – avessimo lo stesso buon senso delle oche, rimarremo in formazione con coloro che procedono nella nostra stessa direzione. Senza alcun dubbio.

Quando poi la prima oca si stanca, si sposta lateralmente e un’altra oca prende il suo posto alla guida, concedendole un po’ di meritato riposo. Quella che invece si accoda inizia a gridare da dietro per incoraggiare quelle davanti a mantenere la velocità:

“è più che sensato fare a turno nei lavori esigenti, che si tratti di persone o di oche in volo verso sud, e quando si lascia il posto di leader ad un proprio compagno è necessario non perdere il senso di comunità.

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Invece noi – razza evoluta – quando non siamo in una posizione di comando che tipo di messaggi mandiamo ai nostri compagni?

Infine quando un’oca si ammala o viene ferita da un colpo di fucile ed esce dalla formazione, altre due oche ne escono insieme a lei e la seguono giù per prestare aiuto e protezione.
Rimangono con l’oca caduta finché non è in grado di volare oppure finché muore; e soltanto allora si lanciano per conto loro, oppure con un’altra formazione, per raggiungere di nuovo il loro gruppo.
Questa immagine è toccante:

“mai abbandonare i compagni, mai tradirli, ma perdere il senso di comunità, anche davanti ad un rischio letale; i veri compagni non si abbandonano mai”.

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Se avessimo il buon senso di un’oca, vivremmo certamente in un mondo migliore.