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In poco più di 100 chilometri

Sono esattamente 115 i chilometri che separano la Reggia di Caserta dal Parco Archeologico di Paestum. In altre parole in poco più di 100km in Campania abbiamo un numero incredibile di luoghi storici, naturali, siti culturali, museali e città come probabilmente nessun altro luogo al mondo.

Ci vorrebbero settimane, se non mesi, per visitarli e ammirarli tutti. Dalla Reggia di Caserta ai parchi archeologici di Pompei, Ercolano, Oplonti, Cuma. Dalla costiera amalfitana a quella cilentana. Le tre isole, il Vesuvio, Napoli, Salerno, Positano e vabbè potrei continuare a lungo.

Eppure per quanti turisti arrivino sono sempre meno di quelli che vanno in Francia o Spagna. Per quanto Napoli sia bella accoglie meno turisti di Cracovia o Creta. Per quanto Pompei ci sembri invasa da turistia accoglie meno della metà dei turisti del museo astronomico di Washington (bello, per carità, però dai).

La risposta sta in alcuni fattori che niente hanno a che vedere con la #bellezza perché noi siamo pieni di bellezza.

I fattori che gli altri hanno e noi no sono l’organizzazione maniacale, la programmazione, la visione, la competenza decisionale inversamente proporzionale all’incapacità politica.

Tutto ciò ci pone in posizione di inferiorità nei settori del marketing, della programmazione, dei servizi alla persone, accoglienza, accessibilità, innovazione digitale e via discorrendo.

Non vorrei sembrare pessimista, non lo sono per nulla, ma cercando di essere obiettivi possiamo dire che abbiamo infinite potenzialità ma bassissime possibilità di realizzarle in queste condizioni.

Se volete possiamo parlarne e approfondire, ma se non partiamo dalle nostre lacune non potremo mai raggiungere gli obiettivi che auspichiamo di raggiungere.

Anatomia di un profilo Fake

Già prima della guerra e della pandemia i social network erano infestati da troll, fake, bot e disturbatori di varia natura, tuttavia negli ultimi tempi c’è stata una vera e propria invasione di natura chiaramente artificiale per disinformare, destabilizzare e provare a orientare l’opinione pubblica. Ma partiamo dall’inizio e cerchiamo di fare chiarezza.

Cos’è un fake?

Un fake – dall’inglese falso, contraffatto, alterato – è un profilo social fasullo creato con l’obiettivo di spacciarsi per qualcuno che non si è o per falsificare/nascondere la propria vera identità.

La prima vera distinzione da fare è sulla natura di chi crea un fake: possono essere persone reali oppure i fake possono essere opera di bot, programmati per compiere azioni simili a quelle di un essere umano. Questi fake bot – senza scendere troppo in tecnicismi – possono commentare, condividere, partecipare alle varie attività sui social media proprio come farebbe un profilo reale. Poiché sappiamo bene che gli algoritmi delle piattaforme social tendono a preferire i contenuti che “riscuotono successo” l’utilizzo dei fake bot può orientare l’opinione pubblica incrementando o diminuendo artificalmente la visibilità dei vari post.

L’altra categoria di fake, secondo me molto più pericolosa e odiosa, è quella costituita dai profili falsi creati da utenti reali, i quali si nascondono dietro account vuoti creati ad hoc per disinformare, disturbare, insinuare, diffondere fake news. In questi casi abbiamo persone in carne ed ossa (spesso molto capaci, competenti e dotate di grandi risorse) che provano deliberatamente ad alterare il dibattito pubblico. L’utente medio dei social – pensiamo a una zia over 70 – non riesce a individuare gli account falsi, quindi interagisce con loro ed è portato a ritenere veritieri i contenuti da questi condivisi. Si tratta di un circolo vizioso indotto strategicamente da chi ben conosce le dinamiche social e i meccanismi neurocomportamentali degli utenti social. Insomma, certe cose non capitano per caso.

Come riconoscere un fake?

Un occhio esperto riconosce immediatamente un fake, chi non lo è però può far attenzione a questi semplici consigli:

  • bio e descrizione del profilo poco curate, incomplete o addirittura inesistenti
  • tanti follower e pochi seguaci (following)
  • i seguaci a loro volta hanno una conformazione simile (tanti follower, pochi seguaci, niente bio)
  • pochi post, pochi commenti e bacheca vuota
  • i post vertono solo su un argomento

Successivamente è possibile aggiungere ulteriori controlli più specifici come l’analisi delle foto pubblicate e dei post pubblicati, lo scan della foto profilo, condivisioni e commenti. Tranquilli, è più semplice a farsi che a dirsi.

Esempio 1

Prendiamo Gian Pietro Matti che ha una forte simpatia per Putin proporzionale all’antipatia che prova per Zelensky come dimostra chiaramente il seguente commento.

Entrando nel profilo di Gian Pietro Matti possiamo osserva che trattasi di un maschio particolarmente solo. Non ha una foto. Non ha amici. Non pubblica nulla. Ci tiene a informarci che è maschio.

La sua unica attività è quella di insultare chi non è filorusso e glorificare il suo mito che è Putin.

Interessante notare poi che l’unico suo follower è un certo Nino il quale a sua volta non ha foto, amici, bio. Insomma un altro uomo solo.

Esempio 2

Un altro esempio di fake molto interessante, perché più sofisticato, è quello di Mary che a differenza dei precedenti amici compie un notevole salto di qualità e ci mostra la foto profilo e una bio, tanti amici e numerosi post.

Tuttavia Mary ha compiuto alcuni errori che saltano facilmente all’occhio, il più macroscopico di tutti è quello di aver utilizzato una foto profilo falsa e per scoprirlo è stato davverso semplice. Basta scaricare la foto sul proprio pc e poi inserirla nell’apposito servizio offerto da Google (Search Image) per scoprire che la stessa foto è stata utilizzata per decine di profili fake. Evidentemente al creator piacciono le donne mediterranee.

Ovviamente ogni profilo presente in questa lista è un fake matrioska che al proprio interno nascone tanti altri account falsi. Da quest’ultima immagine già è possibile intravedere la potenza del fenomeno: una sola persona può creare una rete immensa che se utilizzata con dovizia può ottenere risultati stupefacenti. Avete mai sentito parlare della “Bestia“, la macchina del fango e/o fabbrica di popolarità social della Lega ideata da Morisi? No? Dovreste…

Se Elon Musk fosse una scimmia

Elon Musk ha acquistato Twitter per 44 miliardi di dollari, pari a 54,20 dollari per azione. Ormai non è più una novità. Ciò che però ancora non sappiamo è che cosa ci fare Musk con Twitter? In molti infatti temono una perdita di autorevolezza della piattaforma e dei passi indietro nella lotta alle fakenews.

Twitter al momento è considerato il social più attendibile e maggiormente attento alla veridicità delle informazioni. Probabilmente è vero (su quale social cerchi notizie affidabili e breaking news?). Tuttavia non penso sia dovuto all’attuale governance o a qualche policy specifica che regolamenta Twitter meglio di quanto accada su Facebook.

Twitter è usato ogni giorno da 200 milioni di persone nel mondo. Facebook arriva a 1,86 miliardi, circa 10 volte di più. Gli utenti di Twitter in media sono più istruiti e hanno maggiori competenze digitali. Su Facebook c’è la qualunque. Di conseguenza mi pare ovvio che su Twitter ci siano meno fakenews e ci sia meno terreno fertile per populisti e propaganda (anche se c’è, eccome se c’è).

Mi viene da sintetizzare che sono le persone che rendono libere le piattaforme e non viceversa.

Se Musk aprirà le porte ai populismi, allargherà le maglie dei controlli antibufale – cioè trasformerà Twitter in un’altra Facebook – gli utenti attuali dell’uccellino ne prenderanno atto e probabilmente si sposteranno da qualche altra parte. Non bisogna concentrarsi sulle piattaforma, ma sugli utenti e lavorare affinché questi acquisiscano le giuste digital soft skills: è necessario stimolare e promuovere la cultura digitale. Che belle parole: cultura e digitale.

Chiudo con una riflessione di Emir Sader:

Se una scimmia accumulasse più banane di quante ne può mangiare, mentre la maggioranza delle altre scimmie muore di fame, gli scienziati studierebbero quella scimmia per scoprire cosa diavolo le stia succedendo.

Quando a farlo sono gli uomini li mettiamo sulla copertina di Forbes.

Niente sembra vero che non possa sembrare falso

Lo scopo delle Fake News – che non sono notizie false, ma notizie verosimili dolosamente distorte per confondere e orientare l’opinione pubblica – consiste nel presentare più versioni possibili di un determinato evento, instillare il dubbio, inventare cospirazioni in modo che il pubblico alla fine sia confuso e non si fidi più di nulla.

La disinformazione non vuole convincere, ma depistare. Le fake news puntano a creare il caos, che è la condizione ideale affinché scompaiano le categorie di vero e falso. E se la verità non esiste allora vale tutto e il contrario di tutto. Il bene e il male si confondono. Vittime e assassini. La giustizia e i diritti dell’uomo diventano muri da abbattere e dittature da combattere.

“Niente sembra vero che non possa sembrare falso.” (Michel de Montaigne)

Da tempo giro le scuole per discutere e approfondire con i ragazzi di questi temi – alfabetizzazione digitale – che a parere mio sono alla base delle società aperte e libere. Bisogna parlarne di più, bisogna parlarne meglio.

Se uno vale uno, allora niente e nessuno vale davvero qualcosa.

Metaverso, forse stiamo perdendo il focus

Ormai non passa un giorno senza che Tv, media e ovunque sui social media si parli di Metaverso e come spesso accade con le mode tech, la stragrande maggioranza delle informazioni non hanno alcun fondamento tecnico, veicolano informazioni sbagliate o comunque distorte, ma soprattutto non spiegano che allo stato attuale il Metaverso non ha alcuna utilità per la nostra società.

Esatto! Il Metaverso (in pratica una realtà virtuale condivisa tramite internet, dove si è rappresentati in tre dimensioni attraverso il proprio avatar) nel 2022 non è ciò di cui abbiamo bisogno.

Annunciare in pompa magna che un’azienda di moda ha deciso di investire nel Metaverso con titoloni che poi non hanno alcun riferimento pratico, serve solo a creare visibilità al brand, nient’altro. Puro, vecchio, banalissimo marketing. Stesso discorso vale quando si immagina la fruizione virtuale di spettacoli sportivi e culturali cavalcando l’hype delle esperienze immersive da casa.

Questi semplici esempi spostano il focus dalle reali necessità che oggi noi viviamo: abbiamo bisogno di aziende che comprendano che investire nell’ecommerce è questione di processi, competenze, logistica, sistemi integrati, non di bolle virtuali. Prima di “costruire” stadi virtuali rendiamoci conto che dopo anni di streaming video continuiamo a vedere le partite di calcio (Dazn) e basket (Discovery+) in modo scadente o comunque molto sotto la soglia della sufficienza.

Il ridicolo poi si sfiora ascoltando dirigenti politici, anche di un certo rilievo, parlare di nuove modalità relazione con i cittadini “per raggiungere in modo efficace un elettorato sempre più ideologicamente liquido e cangiante”. Suvvia, ma non richiedere più la fotocopia della carta d’identità via mail non sarebbe una cosa più utile che lo sbarco sul Metaverso? Far parlare finalmente gli uffici tra loro, integrando i dati senza chiedere ogni volta documenti agli utenti, non sarebbe un investimento mugliore?

Le mode in ambito tech ci sono sempre state e da sempre hanno dato linfa e impulso al processo innovativo, ma poi devono essere indirizzate verso attività e temi realmente utili, efficaci, altrimenti diventano bolle, le quali esplodono lasciando cocci difficili da ricostruire nel breve tempo.

L’innovazione tecnologica è vera innovazione solo se è prima di tutto innovazione sociale.

Quindi quando qualcuno ci rifila un nuovo termine, concetto, moda o fenomeno facciamo una semplice domanda: ci serve davvero? Tra le tante cose che ci sono da fare e mettere a punto questa è quella di cui abbiamo realmente bisogno? Non perdiamo il focus.